Vai al contenuto
Food 35 Anni
2004

Il caso Parmalat

Un'analisi a testa fredda dello scandalo Parmalat: tre considerazioni nette per non criminalizzare un intero settore sano a causa di poche mele marce.

Del primo gruppo alimentare e ottavo gruppo industriale d'Italia, in dicembre, si sono occupati tutti i media con grandi inchieste. Oggi siamo tutti informati sulla vicenda. Enrico Bondi lavora per salvare il salvabile. La magistratura per trovare i colpevoli. Noi avanziamo solo tre considerazioni.

La prima. Di chi è la colpa? Dell'imprenditore che ha peccato d'ingordigia, come ha sentenziato Enrico Cisnetto in diretta al Tg2? Oppure del mondo finanziario e del responsabile finanziario dell'azienda, Fausto Tonna, come ha affermato Domenico Barili, nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera venerdì 19 dicembre? Barili, che si definisce la Cassandra di Parmalat, ha gestito la società per circa 40 anni. Tanzi lo aveva messo in panchina negli ultimi anni, continuando a pagarlo come un giocatore di calcio di serie A. Aveva infatti preferito puntare su Tonna.

"Calisto Tanzi – precisa ora Barili – non aveva la passione della finanza, piuttosto si entusiasmava per i programmi di vendita, per lo sviluppo dei marchi. Era come il negoziante che si preoccupa di far andar bene il negozio, ma lascia che della cassa si occupi la cassiera."

Tra acquisizioni di società (sono 87 le aziende comperate negli ultimi tre anni da Parmalat, ndr) e assistenze varie alle operazioni finanziarie, a Collecchio era un continuo via vai di consulenti, banche e adviso, che proponevano qualsiasi cosa, pur di prendere parcelle miliardarie. Questa è "droga creditizia": offrono la "roba" e poi, a un certo punto, tagliano i rifornimenti e così si muore di astinenza. Sorgono spontanee alcune domande. Gli organi competenti a vigilare sulle società quotate in Borsa dov'erano? E i consiglieri di amministrazione, i sindaci, i revisori che cosa hanno fatto, oltre a percepire consulenze miliardarie?

Seconda considerazione. I prodotti e le persone che lavorano in Parmalat in Italia sono di prim'ordine. Carlo Prevedini, l'attuale direttore generale Italia, che ha ricoperto importanti incarichi in Heineken Italia, Danone e Galbani, allena una squadra composta da persone responsabili. I prodotti Parmalat si vendono bene, anche perché è elevato il tasso d'innovazione, per esempio, nei succhi Santàl e nei latti speciali, come l'Omega 3 o il Fresco Blu. Per questi motivi Parmalat ha conquistato importanti quote di mercato. Un altro esempio? Negli Autogrill il prodotto più venduto, dopo il Pocket Coffee, è il biscotto al cioccolato Grisbì di Parmalat. I rapporti dei commerciali di Collecchio con la distribuzione e l'horeca sono eccellenti.

Tutte le persone, in questo momento, sono molto preoccupate. Nessuno era al corrente della situazione. Ma tutte si stanno impegnando per dare il loro personale contributo al salvataggio dell'azienda. Lavorano come prima, anzi più di prima, anche il sabato e la domenica. Insomma gli asset e le risorse umane sono grandi valori, appetibili sul mercato. Il gruppo, grazie allo Stato, sarà ceduto con la logica dello spezzatino. Coca-Cola, Granarolo e Kraft Foods sono in pole position; Streglio, entrata recentemente nel gruppo Parmalat, interessa a Lindt.

Terza considerazione: il settore alimentare e il sistema creditizio. Dopo questa vicenda, le banche stanno chiedendo di rientrare ai clienti che avevano ottenuto anticipazioni di soldi su crediti nei confronti di Parmalat, anche se non sono ancora scadute le date dei pagamenti delle fatture. Ciò genera gravi contraccolpi sull'indotto e sui fornitori di Parmalat che subiscono, oltre al danno commerciale, anche la beffa finanziaria. Non solo.

Sbagliato, anzi sbagliatissimo è associare l'intero settore food & beverage ai casi Parmalat e Cirio. In Italia ci sono alcune decine di migliaia di imprese nel settore con imprenditori-industriali capaci, seri e responsabili. Entrano in fabbrica alle 8,00 della mattina ed escono alle 8,00 della sera. Lavorano sodo, generano ricchezza, pagano le tasse e contribuiscono in modo significativo alla crescita economica del Paese in Italia e all'estero. Non è giusto condannare un intero comparto sano e affidabile, solo perchè le banche hanno trovato due aziende in default. Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Le aziende con piani di sviluppo e con una storia sana alle spalle vanno sostenute e premiate. Non bisogna criminalizzarle tutte, associandole a Parmalat e a Cirio. Non è corretto. Si rischia di passare da un estremo all'altro e di danneggiare un intero settore, che noi conosciamo bene e che sappiamo essere composto da aziende sane e serie. Le mele marce vanno isolate.

Anche la nuova Parmalat Italia va aiutata. È un'azienda sana che produce e vende bene e che genera utili. Nell'interesse del mercato, dei dirigenti, degli impiegati e degli operai. Una cosa dobbiamo tutti imparare da questa vicenda: bisogna sempre concentrarsi in quello che si conosce e si riesce a fare bene. Ognuno deve fare il suo mestiere. Gli industriali devono fare gli industriali. I finanzieri fare i finanzieri. Pena, rischiare di trovare ancora altre bufale e mele marce nell'immediato futuro.