Oscar Farinetti scrittore
Vorremmo iniziare con un ricordo di Paolo Dalcò, il tuo rapporto con lui: due visionari, ognuno nel proprio campo e il valore di questa tipologia di networking "win-win"…
Paolo Dalcò per me rappresenta un pezzo del mondo primario del mestiere che faccio, ovvero quello del mercante. Il mestiere del mercante ha un nucleo centrale, colui che mercanteggia, circondato da un mondo fondamentale che è la comunicazione. Per me Paolo ha sempre rappresentato la punta massima di questo elemento del comunicare sopra di noi e tra di noi. Ma se devo ricordare la sua caratteristica principale, vorrei dire l'umanità. La sua capacità di volerti bene, di starti vicino e di farti sentire parte fondamentale di un momento. Mi ha fatto incontrare dai grandi industriali come Barilla ai piccoli produttori; se c'è una cosa in comune tra noi è la volontà di integrare tutti i mercanti, dal più grande al più piccolo, con pari dignità e onore. È una bella persona, una figura importante dei miei anni da "mercante di cibo" che mi tengo ben stretta.
Qual è l'importanza dell'informazione corretta verso il professionista e il consumatore? Cosa ne pensi del livello di informazione odierno nella filiera agroalimentare?
Oscar Farinetti: Purtroppo oggi c'è molto pettegolezzo, ma il tema fondamentale è riuscire a stare sopra queste logiche. La comunicazione è la parte centrale della "filiera della vita": sentimenti, pensieri, parole, azioni e prodotto. La parola è l'anello centrale che unisce tutto e deve essere profonda. Uso spesso la metafora dell'albero: le radici sono i sentimenti, il fusto i pensieri e i rami sono le parole. Senza rami non nascono né foglie (le azioni) né frutti (il prodotto). Il compito di chi comunica è fare i rami, che devono essere in linea con il fusto e le radici per generare prodotti sani. Bisogna restare penetranti e rispettare il lavoro di tutti, dalla grande distribuzione all'artigiano.
Tu hai inventato un modello per distribuire prodotti italiani all'estero. Quali sono le sfide oggi del Food Made in Italy e cosa rappresenta per te questo marchio oggi?
Nelle scuole di marketing insegnano "think global, act local", ma io ho cercato di inventare il contrario: "Think Local, Act Global". Studiare bene il territorio per venderlo al mondo. Noi siamo condannati a vendere bellezza perché ne siamo figli, anche se nessuno di noi ha deciso dove nascere. Per questo dovremmo provare un patriottismo dedicato alla riconoscenza, non all'orgoglio, che è una stupidaggine. Dobbiamo essere riconoscenti per la fortuna mostruosa di essere nati nel paese più bello del mondo e, per farcela perdonare, dovremmo dedicare tempo a raccontare questa meraviglia al resto del mondo. Siamo figli di tre tempi straordinari: l'Impero Romano, il Rinascimento e il miracolo economico del dopoguerra. Il made in Italy, inventato formalmente da Gianbattista Giorgini nel 1951, non significa solo "costruito in Italia", ma indica un segno unico di bellezza, bontà e qualità identificabile.
Come si inserisce l'avventura di Eataly in questa visione globale?
L'Italia rappresenta solo lo 0,75% della popolazione mondiale; io ho deciso di occuparmi del restante 99,15% che non vede l'ora di mangiare italiano. Eataly ha fatto un gesto pazzesco: aprire 5.000 metri quadri sulla Quinta Avenue a New York quando nessuno immaginava che il cibo potesse stare nei luoghi della moda. Siamo stati copiati da molti, ma i risultati si vedono: nel 2007 l'Italia esportava 18 miliardi in agroalimentare contro i 41 della Francia; l'anno scorso siamo arrivati a 70 miliardi e presto li supereremo. Invece di lamentarsi dell'Italian Sounding, bisogna alzare il sedere dalla sedia e andare nel mondo a spiegare la differenza tra i prodotti autentici e le imitazioni.
Perché, secondo te, la Gdo italiana non è riuscita a seguire questo modello all'estero?
Lo trovo pazzesco perché li ritengo bravissimi, forse i migliori al mondo per capacità e know-how. Tuttavia, hanno paura dell'estero e finiscono per farsi battaglia tra loro in poche regioni italiane. Aprire supermercati italiani nei centri delle grandi metropoli mondiali sarebbe una bomba. Manca solo un po' di coraggio. Io ho avuto la fortuna di essere figlio di un partigiano, e questo ha inciso molto sulla mia voglia di rischiare e andare.
Parlando di metodi di produzione, quanto sono centrali oggi la sostenibilità e il biologico?
È tutto scritto: il 95% degli scienziati ci dice che se non cambiamo il modo di produrre energia e beni, andremo a sbattere. Oltre il 30% dell'inquinamento dipende dall'agroalimentare. L'Italia dovrebbe dare l'esempio diventando la prima nazione biologica al mondo. Dire che la qualità o il bio non possono stare nella grande distribuzione è una balla. Dobbiamo eliminare gli allevamenti intensivi, lo spreco (tramite l'economia circolare) e usare trattori a biometano o elettrici. Fare bio è faticoso — significa raccogliere gli insetti a mano di notte invece di usare la chimica — ma è l'unico modo per non rovinare il frutto e la terra.
Cosa pensi del clima politico attuale rispetto a questi temi, citando ad esempio figure come Trump?
Strappare il trattato di Parigi è di una gravità pazzesca. Personaggi del genere ci fanno tornare allo stato animale, dove conta solo la forza del più robusto. Gli umani si sono distinti dagli animali inventando la parola e la gentilezza. In un mondo cinico arrivano al potere "cinture nere di cinismo", ma noi dobbiamo riempire la vita di sentimenti e valori.
Quali sono le opportunità per il nostro cibo al di là degli Stati Uniti?
Gli USA rappresentano il 27% del business mondiale, ma c'è un altro 73% da considerare. Penso alla Cina, all'India — 3 miliardi di persone in due stati — ai paesi arabi, all'Africa, al Canada e alla nostra meravigliosa Europa. L'Italia ha però un problema culturale enorme: siamo penultimi in Europa per laureati e leggiamo pochissimo. Un popolo che non legge non ha dubbi e pensa che il proprio pensiero sia la verità assoluta. Dobbiamo investire sulla scuola, pagare meglio i professori e inserire materie come "educazione agroalimentare" e "corsi di bellezza" fin dalle elementari.
Eppure, nonostante le inefficienze, l'Italia sembra resistere…
Siamo ufficialmente il paese più sano al mondo. Abbiamo 3.000 miliardi di debito pubblico perché abbiamo affidato il governo a mediocri, ma abbiamo 6.000 miliardi di risparmio privato. Siamo un'azienda con liquidità doppia rispetto ai debiti. Dovremmo avere la "tripla A". Il problema è che nel settore privato abbiamo i migliori manager e artigiani del mondo, ma questi giustamente non vogliono entrare in politica perché la considerano un luogo per mediocri.
Qual è il ruolo dell'Europa in questo scenario?
Dobbiamo sentirci parte dell'Europa e finire di costruirla. Se fossimo davvero uniti, l'Europa avrebbe un Pil pari a quello della Cina (20.000 miliardi) e una potenza enorme. Dobbiamo integrare i mercati e creare partnership tra artigiani europei (ad esempio tra chi produce Barolo e chi produce Riesling). Nonostante tutto, sono ottimista: la vita è un film a lieto fine. Vince sempre Clint Eastwood, e l'importante è stare dalla sua parte anche quando sembra che stia perdendo.