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Food 35 Anni

Antonio Cellie AD Fiere di Parma

Quando si cerca qualcuno che sappia leggere il settore agroalimentare italiano con la doppia lente dell'esperto di mercato e del manager, il nome di Antonio Cellie è tra i più accreditati. Amministratore Delegato di Fiere di Parma, artefice di manifestazioni come Cibus e Tuttofood, Cellie conosce Paolo Dalcò da 40 anni, da quando quest'ultimo si occupava di informatica con una visione che definisce “non convenzionale e quasi anarchica” e ha costruito con Food un rapporto solido e proficuo. Lo incontriamo per ripercorrere 35 anni di storia parallela tra la rivista, il settore fieristico e l'industria alimentare italiana.

Food nasceva nel 1991. In 35 anni il comparto è cresciuto e si è evoluto, così come le fiere. Come analizzi questo progresso parallelo?

Ho vissuto questi 40 anni come “osservatore partecipante” ed economista, analizzando il rapporto industria-distribuzione. Possiamo identificare tre fasi evolutive del processo di modernizzazione. La prima, in cui l'industria imparava a dialogare con una distribuzione moderna molto accogliente verso le marche. La seconda, caratterizzata dalla razionalizzazione degli assortimenti e dall'avvento della marca privata. E l'ultima, negli ultimi 15 anni, segnata dall'internazionalizzazione come ossigeno vitale per il settore. In questo percorso, l'industria alimentare italiana si è dimostrata molto più competitiva dei competitor francesi e tedeschi grazie alla sua capacità, che definirei “plotinica”, di produrre continuamente nuove imprese e nuove idee. È una fertilità imprenditoriale che non ha equivalenti in Europa.

Qual è il valore di fondo che rende l'Italia così competitiva nonostante le dimensioni medio piccole delle imprese?

Esiste un fattore antropologico: l'imprenditore italiano, spesso alla guida di imprese familiari, riesce insieme alle nuove generazioni a reinventare costantemente se stesso e i prodotti. Questa capacità di stupire e invogliare il consumatore piace moltissimo alla distribuzione internazionale. Non è un caso che siamo i maggiori espositori alle fiere di tutto il mondo: l'area italiana è sempre la più numerosa perché abbiamo moltissimo da raccontare.

Quali sono le peculiarità che differenziano il Made in Italy agroalimentare dagli altri settori?

L'agroalimentare è il settore che, rispetto al periodo pre-pandemico, è cresciuto maggiormente per valore aggiunto e occupazione. Una peculiarità è che tira tutta la filiera: siamo grandi produttori di base, come nel caso di pomodoro e vino, ma anche grandi trasformatori. Inoltre, siamo l'unico Paese al mondo con un numero così elevato di prodotti DOP e IGP legati alla cultura dei territori. Infine, siamo estremamente multicanale: siamo forti sia nel retail che nell'Horeca, con prodotti che spaziano dal mainstream alle nicchie, risultando sexy per ogni forma di distribuzione.

In prospettiva, cosa deve fare il settore per rimanere competitivo e come devono evolversi le fiere?

Il settore deve puntare su efficienza, sostenibilità e inclusione. Un elemento chiave è la forte presenza di donne alla guida delle aziende agroalimentari italiane. Dobbiamo continuare ad andare all'estero in modo creativo, senza restare ingabbiati in modelli rigidi. Anche le fiere devono essere “bipolari” o “diplopiche”: noi gestiamo sia Cibus, campione del Made in Italy, che Tutto Food, potenziale campione globale, dimostrando la capacità italiana di occupare diverse posizioni di mercato in modo coerente.

Chi è oggi il buyer del food & beverage e cosa cerca? Com'è cambiato il linguaggio della negoziazione?

Incredibilmente, il buyer trova in Italia un'affidabilità superiore ad altri Paesi. Siamo capaci di gestire la volatilità dei prezzi grazie a filiere corte e competenze tecnologiche, siamo leader nel food-tech. I retailer cercano soluzioni personalizzate, dai formati alle ricette e noi siamo bravi a servire in modo integrato sia la Gdo che i discount. Infine, cercano storie e anche qui sappiamo accontentarli: dalle multinazionali familiari alle microimprese, offriamo sempre qualcosa di nuovo da raccontare ai consumatori.

C'è un aneddoto o un ricordo che rappresenta meglio il legame con Food e con Paolo Dalcò?

Conosco Paolo da 40 anni, da quando si occupava di informatica con una visione non convenzionale e quasi anarchica. Sono stato un grande lettore e contributore di Food e con Paolo abbiamo condiviso una visione disruptive, pur restando in provincia. Un momento significativo è stato quando mi ha parlato del passaggio generazionale a Davide: ho apprezzato la sua lungimiranza nel lasciare spazio a un giovane talento. Gli ho promesso che, come mio ultimo atto da AD di Fiere di Parma, vorrei inaugurare insieme a lui un Salone del libro del Food, unendo la nostra passione per la cultura analogica e la carta.

Quale ruolo ha avuto il magazine Food come strumento di informazione e supporto strategico?

Food ha saputo adottare un modello multiforme che molti altri editori hanno poi imitato: la rivista cartacea, un online molto forte e libri corporate di alta qualità. Il vostro vantaggio competitivo sono gli eventi proprietari, come il Food Summit, che è diventato un appuntamento imprescindibile per fare il punto del settore. Il fatto di essere fuori dai grandi circuiti finanziari milanesi vi permette di restare legati alla concretezza del prodotto. La vostra ricetta è avere “lo sguardo nel futuro con i piedi nel passato”.

Se dovessi scegliere un titolo di copertina per i prossimi 35 anni di Food, quale sarebbe?

Senza esitazione: «Ritorno al futuro». Non è una citazione cinematografica, anche se il film mi piace molto. È la sintesi di quello che credo davvero: che il futuro dell'agroalimentare italiano si costruisca tornando alle radici, alla qualità, al territorio, alla relazione umana, ma portandole dentro le sfide del presente. Non si tratta di nostalgia, è la direzione più innovativa che possiamo prendere. Chi non conosce da dove viene, difficilmente sa dove sta andando.