Giovanni Rana Presidente Pastificio Rana
Rispetto alle interviste rilasciate a Food nel 1991 e nel 1994, quale scelta strategica o intuizione ritiene di aver portato con maggiore coerenza fino a oggi? Un filo conduttore fin dagli esordi è la centralità della qualità. Nell’intervista di giugno ’91 lei definiva la qualità come “una cosa sublime fuori discussione…”. È stato difficile mantenere questi standard nel tempo? Come definirebbe oggi la qualità?
La qualità è sempre stata la mia bussola. E ancora oggi non cambierei una parola della definizione che ne diedi allora. È un principio che ha attraversato il tempo senza perdere forza. La qualità è un percorso che richiede attenzione quotidiana, competenza e un grande senso di responsabilità. Questo approccio fa parte del nostro DNA e guida ogni scelta aziendale. È una visione che mio figlio Gian Luca porta avanti da oltre trentacinque anni nella conduzione dell’azienda, seguendo ogni fase del processo: dalla selezione delle materie prime fino al prodotto finale. Abbiamo 80 persone dedicate a livello globale, una cultura interna molto forte, sistemi di controllo e tecnologie avanzate, oltre a un team di specialisti che verifica costantemente la qualità delle materie prime e il gusto dei nostri prodotti. Tutto questo per garantire sempre il meglio ai nostri consumatori e la massima sicurezza. È un percorso iniziato con la fondazione dell’azienda e che continua ancora oggi, giorno dopo giorno, con la stessa attenzione e la stessa passione di allora.
Lei è stato il primo testimonial di se stesso: rifarebbe oggi la stessa scelta?
A distanza di quasi quarant’anni posso dire che scegliere di diventare il testimonial dei miei prodotti è stata una decisione che rifarei senza esitazione. All’epoca era una scelta coraggiosa e anche un po’ rivoluzionaria: il mercato era dominato da grandi multinazionali come Barilla, Star, Kraft e Buitoni, tutte interessate sia ad entrare nel mondo della pasta fresca sia ad acquistare la nostra azienda. In quegli anni la nostra realtà era piccolina, un “gioiellino”, come mi piaceva definirla, e mio figlio Gian Luca aveva appena iniziato a lavorare con me mostrando da subito una grande passione per questo mestiere. Entrambi eravamo concordi che l’azienda non andasse ceduta, a nessun costo. E così fu. Sentivo che le persone avevano bisogno di un messaggio vero, diretto, che trasmettesse fiducia. Così ho deciso di “metterci la faccia”: volevo far vedere che dietro al marchio c’era una persona reale, che garantisse un prodotto buono e di qualità. All’inizio qualcuno pensava che fossi un attore, ma poi hanno capito che ero davvero io! Quella scelta si è rivelata un successo immediato e da allora sono rimasto il volto delle nostre pubblicità. Questo ha creato un rapporto di fiducia ancora più forte con i consumatori e ha contribuito alla crescita dell’azienda
Oggi Rana è un gruppo multinazionale, leader in molti Paesi europei e in forte sviluppo negli Stati Uniti. Quanto contano oggi le vostre radici – territoriali, industriali e culturali – nel guidare le scelte strategiche di un gruppo globale?
È fondamentale ricordarsi sempre da dove si viene. Le radici sono ciò che ci dà identità: il territorio, la storia, l’esperienza industriale costruita nel tempo e il modo in cui siamo cresciuti. Nel nostro caso, le radici sono profondamente legate alla tradizione gastronomica italiana. L’Italia possiede un patrimonio unico, fatto di ricette, saperi artigianali e culture locali. È una ricchezza straordinaria che portiamo sempre con noi, in ogni Paese in cui siamo presenti con i nostri prodotti. Il nostro sviluppo internazionale nasce anche grazie alla forza di questa identità.
Siete un modello di impresa familiare con continuità generazionale. Oltre a Gian Luca, oggi in azienda sono attivi anche i suoi nipoti Giovanni Jr. e Maria Sole Come si costruisce questo modello di multinazionale familiare?
Si costruisce con passione, equilibrio e rispetto reciproco. In un’impresa familiare è fondamentale restare fedeli ai valori e allo spirito con cui tutto è iniziato. Ma per crescere davvero serve qualcosa in più: condividere lo stesso sogno. Sono orgoglioso di ciò che Gian Luca ha realizzato, trasformando un piccolo laboratorio artigianale in una realtà riconosciuta nel mondo. E oggi provo la stessa emozione nel vedere i miei nipoti, Giovanni Jr e Maria Sole, lavorare in azienda con entusiasmo e responsabilità. È il segno che il sogno continua. Un sogno semplice ma forte: essere felici di fare un buon prodotto e farlo insieme.
Può sembrare una frase semplice, ma racchiude una verità profonda. La felicità non è qualcosa che arriva per caso: si costruisce, giorno dopo giorno. Prima c’è un sogno, poi il lavoro per realizzarlo. Ed è questo che dà la forza di andare avanti. Ancora oggi continuo a sognare. Perché dietro ogni sogno c’è la felicità, e dietro la felicità c’è il senso più autentico del nostro lavoro.
Ora qualche ricordo del rapporto con Food e con il suo fondatore Paolo Dalcò. C’è un episodio o un aneddoto che rappresenta quel legame?
Quando penso a Paolo Dalcò, mi viene spontaneo definirlo con una sola parola: vulcanico**.** Paolo è una persona che vive di idee, di entusiasmo, di intuizioni continue. Ogni volta che lo incontri ha qualcosa di nuovo da dirti, una riflessione brillante, un pensiero che sorprende. È un uomo di grande intelligenza, sensibilità e curiosità: sempre aggiornato, sempre in movimento.
Il nostro rapporto dura da oltre quarant’anni ed è fatto di amicizia sincera, di stima reciproca e di tantissimi momenti condivisi. Paolo ama la buona cucina, la compagnia, la convivialità. È un buongustaio nel senso più bello del termine: uno che sa apprezzare il valore di un piatto ma anche la storia, l’emozione, l’amicizia che ci stanno attorno. Per me è sempre stato questo: una mente brillante e un cuore generoso. Una persona che porta energia ovunque va, che ha sempre una parola giusta e un pensiero originale.
Quale ruolo ha avuto per lei il magazine Food nel tempo, come strumento di informazione, aggiornamento, analisi dei mercati e supporto alle decisioni strategiche?
Per me Food non è solo un giornale: è una specie di bibbia per conoscere il mondo alimentare. È uno strumento serio, completo, fatto bene, che da anni accompagna chi lavora nel nostro settore. Ci sono analisi, interviste ai manager, opinioni di imprenditori, dati sui mercati. Non sono semplici notizie, ma punti di vista diversi, esperienze concrete, sensibilità che aiutano a capire davvero dove sta andando il settore, in Italia e anche all’estero. Un imprenditore non può guardare soltanto alla propria azienda. Deve sapere cosa succede fuori, quali sono le tendenze, le difficoltà, ma anche le opportunità. In questo Food è uno strumento di aggiornamento e confronto continuo anche a livello internazionale. Per questo, nel tempo, l’ho sempre considerata una vera bussola del settore: uno strumento di cultura, informazione e crescita per tutto il mondo agroalimentare.
Insieme a Paolo Dalcò avete fondato il Consorzio Italia del Gusto. Com’è nata l’idea?
L’idea è nata vent’anni fa in modo molto semplice, durante un pranzo al ristorante. Parlando con Paolo Dalcò ci siamo resi conto che molte aziende italiane, soprattutto le più piccole, facevano fatica ad andare all’estero da sole. Servivano strutture, contatti, distributori. Allora mi sono detto: perché non creare un’associazione che permetta di andare insieme sui mercati internazionali? Così è nato il Consorzio Italia del Gusto. In pochissimo tempo abbiamo coinvolto una ventina di aziende che hanno creduto nel progetto e sono entrate nel gruppo. Abbiamo messo in pratica un principio semplice ma potente: “l’unione fa la forza”. Grazie a questo spirito di squadra, molte aziende sono cresciute, si sono rafforzate e sono riuscite a portare i propri prodotti anche all’estero. La soddisfazione più grande è che, ancora oggi, tante aziende chiedono di entrare nel Consorzio. Questo significa che quell’idea nata a tavola, da un sogno condiviso, era davvero quella giusta.
Come vede oggi il futuro di Italia del Gusto?
Per il futuro vedo Italia del Gusto ancora come un punto di incontro e crescita. Continuerà ad essere un luogo dove stimolare nuove idee, creare progetti in comune, favorire collaborazioni e perseguire insieme obiettivi ambiziosi di internazionalizzazione. Perché da soli si può andare veloci, ma insieme e uniti si va più lontano**.**